Cosa significa fare “innovazione” in un piccolo borgo alpino? Spesso si compie l’errore di associare questo termine all’importazione forzata di modelli urbani calati dall’alto, ma le aree interne non sono vasi vuoti da riempire con le ultime tendenze delle metropoli.
Attraverso Arvier Innovation, il programma di residenza promosso da Netural Coop e Fondazione Santagata, abbiamo voluto creare uno spazio di contaminazione orizzontale. Portare 11 professionisti a confrontarsi con il contesto di Arvier ha permesso di innestare una pluralità di temi e metodologie su un terreno già fertile. L’innovazione, in questo senso, è stata intesa come un processo corale in cui lo sguardo esterno si allea con la comunità locale, con l’unico scopo di far fiorire le competenze del borgo e renderlo sempre più autonomo e consapevole del proprio valore.
Per innovare l’esistente, del resto, è necessario prima renderlo visibile, soprattutto laddove la densità di un territorio si misura in intensità di legami. Il lavoro di marzo ha risposto a questa sfida attraverso una doppia operazione. Da un lato, Christina Skarpari ha rallentato il tempo attraverso lo strumento fotografico, catturando la conoscenza tacita e periferica della vita produttiva di Arvier; dall’altro, Rita Elvira Adamo ha dilatato lo spazio, costruendo un dispositivo capace di dare corpo e mappa ai desideri e alle geografie affettive della comunità.
In questo cammino a tappe, in cui ogni residente porta un tassello fondamentale, il lavoro sul campo delle due ricercatrici di marzo ci ha regalato una serie di intuizioni profonde su come si attivano, passo dopo passo, i legami di una comunità interna.
I progetti di Christina e Rita hanno affrontato il territorio da due angolazioni strettamente complementari — la memoria viva e lo spazio relazionale — inserendosi perfettamente in quel flusso stagionale ed emotivo che accompagna la nostra residenza fin dal suo inizio. Ecco il resoconto di questo capitolo, visto dalla nostra prospettiva.
Christina Skarpari: Light in Waiting e la metodologia della Sympraxis
Lo sguardo di Christina Skarpari – professionista culturale interdisciplinare con una solida esperienza in pratiche partecipative, visual storytelling e produzione multimediale – si è posato su Arvier attraverso il progetto Light in Waiting, guidato dalla metodologia della sympraxis, una pratica profondamente collaborativa e situata, che rifiuta la distanza distaccata dello studioso per immergersi nell’azione condivisa, che ha portato avanti ad Arvier attraverso ben 41 visite sul campo e incontri ravvicinati.
Quella di Christina è stata un’autentica etica dell’umiltà. Lavorando fianco a fianco con il parroco Don Anthony Leonetti, ma anche con agricoltori, artigiani, un apicoltore, cioccolatieri, chef locali e con i tecnici dell’ARPA Valle d’Aosta, la ricercatrice ha cercato di intercettare quella conoscenza “tacita” e incorporata che abita nei gesti di tutti i giorni e che si tramanda di generazione in generazione. In questo modo, l’innovazione ha perso ogni connotazione dirompente o aggressiva per trasformarsi in un delicato atto di sintonizzazione con i ritmi, i costumi e le piccole imprese che oggi sostengono la vita locale.
Il risultato visibile di questa immersione è una selezione di 33 fotografie, esposte negli spazi della casa parrocchiale e attinte da un vastissimo archivio di oltre cinquecento scatti. Le immagini documentano un territorio alpino colto nel momento sospeso della transizione, tra il ritiro dell’inverno e il risveglio della primavera, dove la continuità della memoria culturale dialoga costantemente con le fragilità della transizione climatica, invitando l’osservatore a una visione lenta, quasi rituale e reciprocamente riverente.
Durante questa residenza, la residente si è recata direttamente nei luoghi di produzione della vita, tra le fattorie, le cucine e le officine artigiane. Una scelta metodologica che conferma la nostra visione come organizzatori: è la prossimità fisica e temporale a generare la vera comprensione, dimostrando che l’innovazione più feconda nasce sempre dalla capacità di stare, con rispetto, accanto a ciò che già esiste.
Rita Elvira Adamo: Il CosMo-gramma e la geografia degli affetti
L’approccio di Rita Elvira Adamo — architetta, ricercatrice e co-fondatrice del collettivo La Rivoluzione delle Seppie — si è invece concentrato sulla spazializzazione delle relazioni attraverso la costruzione del CosMo-gramma, un dispositivo fisico e visivo al tempo stesso, che ha permesso di mappare il territorio di Arvier seguendo l’intensità delle esperienze vissute e dei legami emotivi, piuttosto che le semplici coordinate geografiche.
Il processo è partito dalla voce più pura del paese, quella dei bambini e delle bambine del catechismo e delle classi quarta e quinta della scuola primaria. Incontrandosi nello spazio suggestivo della chiesa sconsacrata di San Joseph, i più piccoli hanno fatto emergere una preziosa lettura del territorio dal basso, identificando i propri “luoghi del cuore” e disegnando scenari futuri attraverso la tecnica del collage.
Questi immaginari infantili non sono rimasti isolati, ma sono diventati la materia prima per la fase successiva svoltasi nella sala consiliare, dove le persone adulte della comunità sono state chiamate ad immaginare il futuro del borgo, facendo emergere bisogni precisi e diversificati: dalla richiesta di progettualità più strutturate ed eventi organizzati, alla ricerca di spazi di pura convivialità e ritrovo, fino alla necessità diffusa di una reale inclusione intergenerazionale.
La mappatura di Rita si è poi arricchita ulteriormente immergendosi nelle relazioni quotidiane e informali, in particolare tra i tavoli del bar locale. Attraverso le chiacchierate spontanee con gli avventori storici e con i produttori della zona, è affiorato il bisogno profondo della comunità: una dolce nostalgia per la socialità del passato e la ferma volontà di riattivare e curare l’esistente – a partire dalle aree verdi e dai punti di ritrovo – piuttosto che costruire nuove e impattanti infrastrutture.
Il dispositivo del CosMo-gramma non si configura come un esito conclusivo da mettere in mostra, ma come un’infrastruttura sociale aperta: è uno spazio operativo che rende visibili i legami invisibili, mettendo in dialogo gruppi generazionali che raramente si incrociano nella fretta della quotidianità.
La residenza come generatore di connessioni
Come coordinatori di questo programma di residenze, questa esperienza ci ha lasciato tre grandi lezioni, fondamentali per accompagnare il progetto verso la sua conclusione.
La prima riguarda l’idea stessa di innovazione, intesa come cura e non come rottura. Nelle aree interne, innovare non significa sostituire o azzerare il passato, ma “stare con quello che c’è già”, valorizzandolo. Le tradizioni, le abitudini e le micro-economie locali non sono intralci, ma le fondamenta stesse su cui poggiare ogni evoluzione futura.
A questo si lega la necessità di puntare su momenti a bassa complessità tecnica e ad alta densità relazionale. La comunità non cerca risposte monumentali, ma attivazioni semplici, accessibili e concrete, come feste all’aperto o socialità spontanea nei luoghi chiave del paese.
Infine, l’esperienza ci ricorda il valore della residenza come processo cumulativo. Un percorso disteso da novembre a maggio che non ha il fine di avere un “prodotto finito” a tutti i costi, che lascia il testimone alla comunità locale, ai/alle residenti futuri/e.
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“Agile Arvier. La Cultura del Cambiamento” è un progetto del Comune di Arvier (AO), in collaborazione con Fondazione Santagata e Netural Coop Impresa Sociale, finanziamento PNRR – Next Generation EU, per il progetto pilota PNRR M1C3 Misura 2 Investimento 2.1 linea A – CUP F87B22000380001 – Progetto “Arvier Innovation – Residenza per formatori innovatori – CIG B82B5B7CAE – WP05 – EDUCATION LAB CLP REGIS 2.1_ ARVIER EDUCATION LAB.






