29 set 2026
Venerdì 25 settembre, al Padiglione 152 della Fiera del Levante, la Regione Puglia ha aperto il percorso della nuova Strategia per le Aree Interne, alla presenza del presidente Antonio Decaro e dell’assessora Marina Leuzzi, che ha la delega alle Aree interne. Non con un bando, ma con una giornata di ascolto: una mattina di dati e visione, un pomeriggio diviso in cinque stanze tematiche dove decine di esperienze pugliesi, cooperative di comunità, amministrazioni, associazioni, università, hanno raccontato cosa funziona e cosa manca.
C’eravamo anche noi. Nella sessione “Ispirazioni”, accanto ad Angelo Moretti della rete Sale della Terra, Mariella Stella ha portato quello che abbiamo imparato in questi anni nelle aree interne, dalla Basilicata ai Monti Dauni.
I numeri
Le aree interne pugliesi sono cinque: Alta Murgia, Gargano, Monti Dauni, Alto Salento, Sud Salento. Cinquantaquattro comuni su circa 3.534 chilometri quadrati, e profili molto diversi. I Monti Dauni occupano da soli più della metà della superficie con 28,5 abitanti per chilometro quadrato. Il Sud Salento è più denso della media regionale: lì la fragilità non nasce dal vuoto, nasce dalla distanza.
Tutte e cinque perdono popolazione più in fretta della Puglia e dell’Italia. Tra il 2020 e il 2025 l’Alta Murgia ha perso il 6,5% degli abitanti, i Monti Dauni il 5,9%, il Gargano il 5,6%, contro l’1,9% regionale e l’1,2% nazionale. In Alta Murgia i ragazzi sotto i 14 anni sono calati di quasi un sesto.
Per rispondere, la Regione mette sul tavolo circa 74 milioni di euro del ciclo 2021-2027, attorno a tre parole: luoghi, landmark, ospitalità. I Comuni hanno tempo fino al 15 novembre per presentare i loro progetti.
Cosa ha insegnato il ciclo precedente
La Regione ha avuto l’onestà di partire da un bilancio del 2014-2020. Qualcosa ha funzionato. Le strategie d’area sono state costruite con le comunità locali, territori storicamente frammentati hanno sperimentato per la prima volta una governance tra Comuni, fondi diversi sono stati combinati in un’unica strategia per fare interventi integrati e non solo opere. Sono arrivati investimenti su sanità, trasporto scolastico, banda larga, e i primi supporti tecnici ai piccoli Comuni.
Qualcos’altro no. I piccoli Comuni non hanno strutture tecniche sufficienti per progettare e rendicontare. Le risorse si sono disperse in molte opere singole, con effetti diluiti e poche azioni di scala. Le Unioni di Comuni faticano ancora a decidere insieme, e manca l’abitudine a fare sistema.
Le stesse fatiche tornano nelle criticità ricorrenti che la Regione ha messo in fila per le cinque aree: progetti che vivono di bandi a termine e muoiono quando finiscono, immobili pubblici chiusi per procedure troppo rigide, trasporti che d’inverno e nei festivi isolano i paesi, nessun tavolo stabile tra amministrazioni e comunità, e la mancanza cronica di figure come assistenti sociali e progettisti.
Le prospettive
La parte più interessante della giornata è stata quella che guarda avanti. Nel programma regionale le prospettive sono messe in fila con chiarezza, attorno a tre condizioni.
La prima riguarda i diritti. Nessuno resta in un paese dove non c’è un presidio sanitario, una scuola di qualità, un modo per spostarsi. Restare, da solo, non basta: prima degli attrattori, delle esperienze, del turismo lento, viene la possibilità di vivere lì come cittadini a pieno titolo.
La seconda riguarda il conflitto. Le istituzioni sono chiamate a favorire pratiche partecipative, e il conflitto locale smette di essere un ostacolo da reprimere per diventare il luogo in cui emergono i bisogni veri. È un passaggio che chi lavora nei paesi conosce bene: le comunità non sono mai d’accordo su tutto, ed è proprio lì, nel disaccordo attraversato insieme, che si capisce cosa serve davvero.
La terza riguarda le risorse. Gestione collettiva dei beni comuni, usi civici, nuove imprese, cooperative di comunità. E un’attenzione esplicita a chi porta vita nei paesi: i giovani, i “rientranti”, i migranti. Non come categorie da assistere, ma come parte dell’economia che può durare.
Quello che abbiamo imparato, di Mariella Stella
Qui sotto l’intervento di Mariella alla sessione “Ispirazioni”.
“Venerdì scorso ho provato a raccontare i paesi a partire dalla mia storia: una 600 celeste che sale per le curve della provinciale verso Oliveto Lucano, mio padre con una supplenza annuale, mia madre in lacrime come Carlo Levi al confino, e io, appena nata, che in quei paesi ho passato i primi sei anni della mia vita.
In questi anni con Netural Coop nelle aree interne stiamo lavorando tanto, e quello che ho capito da tutto questo lavoro ha poco a che fare con il romanzo. Provo a riassumerlo qui.
- I paesi vanno guardati per quello che sono. Ci sono due modi sbagliati di guardare i paesi. Il primo è quello delle frasi che chi viene da un paese conosce a memoria: “qui non c’è niente”, “da qui te ne devi andare”, “tanto non cambia niente”. Il secondo è il racconto romanzato, fatto di nostalgia, soppressate appese e caldarroste nel camino. I paesi non sono né l’una né l’altra cosa: sono realtà, contemporaneità, quotidianità. E non sono un’eccezione marginale. Quasi un comune italiano su due è classificato come area interna, e ci vivono più di tredici milioni di persone, su quasi il sessanta per cento del territorio nazionale.
- Nei paesi il futuro è già in atto. Nei paesi nascono cooperative di comunità che costruiscono welfare e servizi. Arriva chi porta nuove culture e nuove storie, e abbiamo visto percorsi di accoglienza SAI che funzionano. C’è chi torna, famiglie e ragazzi, e chiede presidi educativi, collegamenti e connessione per lavorare da remoto. Nei paesi ci si accorge della povertà, dell’emarginazione e della solitudine, e questo è prezioso in un tempo di povertà relazionale diffusa. E ci sono saperi artigiani che si possono ancora trasmettere da una generazione all’altra.
- La prossimità è una forza. Nei paesi cittadini e amministrazione possono sedersi allo stesso tavolo e pensare insieme soluzioni e progetti. Lo abbiamo fatto a Crispiano, ad Arvier, a Roseto, e a Bovino, sui Monti Dauni.
- Ma la prossimità può anche soffocare. La stessa vicinanza diventa spesso controllo sociale: famiglie che non si parlano da anni per uno sgarbo, o anche solo per aver votato candidati diversi alle ultime elezioni, paesi divisi tra “chi mi ha votato” e “chi no”. Di questa prossimità ci si deve liberare, e si può fare.
- Nessun paese basta a se stesso. Un comune da solo non può garantire tutti i servizi di cui i suoi abitanti hanno bisogno, ma più comuni vicini sì, qualunque forma giuridica scelgano. I paesi non possono sottrarsi alle reti, alla collaborazione, allo scambio. Insieme hanno una forza mutualistica che nessun altro ha, e che può vincere la logica dello zero a zero: l’immobilismo per cui nessuno si muove e nessuno rischia, così nessuno perde, ma nemmeno vince.
- Servono parole nuove, a partire da “comunità”. Spesso si evita la parola “borghi”, e poi si usa con grande retorica una parola preziosa e fragile come “comunità”. Ma la comunità non è un luna park: sa anche isolare, giudicare, scoraggiare chi torna e chi resta, sabotare chi ci prova. Per questo bisogna chiamarla per nome: costruire alleanze con chi ci crede, e con chi, anche senza crederci, è pronto a mettersi in gioco. E darle un senso condiviso e una direzione.
- Sono i paesi a dover credere in se stessi. Anche se noi nei paesi ci crediamo, sono i paesi che devono tornare a credere in se stessi, a sentirsi necessari, innovativi, capaci di guardare a un futuro possibile, non immaginario, e che è già in atto. A trovare la strada per salvarsi davvero a partire da se stessi, dai propri abitanti e dalle proprie risorse.
Da qui in avanti
La strategia c’è, le risorse anche, le esperienze nei territori sono molte più di quante se ne vedano da fuori. Il lavoro dei prossimi mesi è tenere insieme strategia, risorse ed esperienze senza che una schiacci le altre: senza progetti calati dall’alto, e senza lasciare tutto alla buona volontà di chi resta.
Noi continuiamo a fare la nostra parte: stare accanto ai territori, dare forma e contenuto a ciò che già c’è, far emergere il potenziale che ancora non si vede. Lo stiamo facendo anche con “Vieni a vivere e lavorare in montagna”, un progetto che vi racconteremo presto.
Lo spopolamento ha numeri precisi. Le energie che restano ne hanno altrettanti, solo che nessuno li conta.






