Tra maggio e luglio 2025, in una Gorizia che vive sempre più consapevolmente il suo ruolo di Capitale Europea della Cultura, assieme a Nova Gorica, si è svolto il ciclo di laboratori “Confini di carta”, realizzato da Casa Netural Gorizia in collaborazione con la Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori con il supporto di Cepel.
Il percorso, ideato e condotto dallo scrittore e giornalista Giacomo Papi, ha proposto ai partecipanti un’esperienza unica: attraversare il concetto di confine — geografico, culturale, linguistico, interiore — attraverso la pratica condivisa della lettura e della scrittura. Incontri gratuiti e aperti a tutti, in cui l’approccio dinamico e partecipativo della Fondazione Mondadori ha permesso di unire riflessione, ascolto e creatività.
Ogni laboratorio ha preso avvio da un testo, letto e analizzato collettivamente, per poi aprirsi alla scrittura individuale e al confronto. Un metodo semplice, ma profondo: imparare a scrivere partendo dalla lettura consapevole. Attraverso testi letterari densi e complessi, il gruppo ha affrontato temi centrali per la nostra epoca: identità, comunicazione, relazione, storia.
A maggio, l’incontro è stato dedicato al racconto “La paura” di Federico De Roberto, che esplora le difficoltà di comunicazione tra soldati italiani provenienti da diverse regioni e dialetti durante la Prima Guerra Mondiale. Un testo emblematico, ambientato proprio sul fronte orientale, in cui il confine non è solo quello tra eserciti, ma anche tra parole, lingue, culture.
Un esercizio di immersione nella frammentazione linguistica come metafora del conflitto, e nello stesso tempo nella forza narrativa della letteratura storica.
A luglio, invece, il testo protagonista è stato “Preghiera per Černobyl’” di Svjatlana Aleksievič, esempio di reportage narrativo capace di raccontare il dolore collettivo con delicatezza e profondità. La scelta della Aleksievič ha aperto un confronto intenso sul modo in cui la letteratura può raccontare la realtà, senza semplificarla, ma attraversandola nella sua complessità.
Il longform narrativo, oggi più che mai, rappresenta una forma di attenzione: alla storia, alla parola, all’altro. È un modo di restituire profondità a un mondo spesso appiattito dalla velocità.
“Confini di carta” ha dimostrato come la cultura possa essere uno spazio di benessere, crescita personale e relazione autentica, uno spazio da cui ripartire per costruire consapevolezza e crescita culturale collettiva. La parola scritta, in un contesto come quello di Gorizia — città-simbolo dei confini — diventa un’occasione per costruire ponti, per conoscersi e riconoscersi.
A rendere evidente l’impatto del progetto, le parole raccolte a fine percorso:
“Un’esperienza positiva che ha offerto prospettive ulteriori al mio modo di leggere e pensare.”
“Ho ritrovato la cura per ogni frase, ricominciando a lavorare al mio romanzo stimolata da questo percorso.”
“Un’immersione profonda nella struttura letteraria, per essere lettori più attenti e apprezzare il valore di ogni storia.”
“Un laboratorio coinvolgente e trasformativo che, nell’arco di tre ore, arricchisce i partecipanti di strumenti e metodi chiari e preziosi per la comprensione e l’uso consapevole della parola in ambito letterario.”
Queste testimonianze restituiscono il senso profondo del lavoro fatto: non solo un laboratorio di scrittura, ma un tempo condiviso di cura e trasformazione, in cui la cultura si fa esperienza vissuta, dialogo, relazione.
“Confini di carta” non vuole finire con l’ultimo laboratorio. Resta nella memoria dei partecipanti, nelle parole scritte e condivise, nella consapevolezza che attraversare un confine, anche solo con una frase, può essere un atto generativo.
In un tempo in cui costruire dialoghi sembra sempre più complesso, esperienze come questa mostrano che la cultura non è solo celebrazione o intrattenimento: è cura, presenza, possibilità di trasformazione individuale e collettiva.






